Viaggio in Niger

Franco De Giorgi, da diversi anni cooperante di GVC, è stato in missione in Niger. Il racconto dal campo.

 

ARRIVO A DIFFA         con un volo speciale delle Nazioni Unite, un vecchio Dash canadese a due eliche, che ci porta a 1.200 Km da Niamey, poco lontano dal lago Chad. Siamo una bizzarra compagnia, ci sono gli immancabili militari abbracciati ai loro kalashnikov, cooperanti e espatriati di varie nazionalità, eleganti impiegati delle grandi agenzie, notabili locali in gran boubou e perfino un pastore protestante in clergyman con il collarino bianco e il portatile. Abbiamo sorvolato un mare di sabbia qua e là interrotto dal verde delle acacie e di arbusti sconosciuti, abbiamo osservato piste e tortuosi sentieri che si perdono nel nulla e anche villaggi, intuendo dall’alto la scuola, il centro di salute, le capanne, i granai. Scendo dall’aereo e mi ritrovo di colpo a 50°, impossibile respirare a bocca aperta: un torrente di fuoco si rovescia dalla trachea fino agli ultimi alveoli polmonari, incendiandomi il petto. Chi ce l’ha, si tira una sciarpa sul viso e respira cautamente con il naso.

Photo credit: Franco De Giorgi

GLI ATTACCHI DI BOKO HARAM        All’ombra di un vecchio magazzino semidiroccato mi aspetta Monsieur Idrissou, l’autista. Per 10 giorni sarà anche il mio interprete, ma soprattutto è lui che conosce le strade, le scorciatoie e le vie sicure: dall’inizio dell’anno Boko Haram ha attaccato 38 volte qui a Diffa, ma mai la strada principale, presidiata dalla forza speciale multinazionale. L’accoglienza non è entusiasmante. L’autista è scorbutico, borbotta il suo nome e si avvia all’auto. Trascino i miei bagagli fino alla Toyota e salto su. Dentro è un forno. Chiedo di accendere l’aria condizionata, ma l’uomo mi risponde che è rotta. Fortunatamente sono solo quattro chilometri fino alla guesthouse dove vivrò per dieci giorni, unico ospite, assieme ad un guardiano e ad un autista arrabbiato.

 

Photo credit: Franco De Giorgi

I MIGRANTI ARENATI         Diffa è fatta di basse casette di adobe e tetti di zinco, attraversata da piste tutte di sabbia, a parte la statale, che arriva da Niamey e poi va avanti ancora fino a N’Guigmi, verso l’Erg del Ténéré. Attorno al villaggio un mare di tende, capanne e baracche a perdita d’occhio. Questa regione è grande come mezza Italia, ha 500.000 abitanti, poi ci sono 150.000 nigerini che sono scappati da altre zone, personnes déplacées internes, oltre 100.000 réfugiés di altri paesi e ancora alcune migliaia di migranti, che si sono arenati qui, ma il grosso delle masse in fuga dall’Africa (100 - 200.000) lo hanno bloccato ad Agadez e nessuno sa bene cosa farne.

 

Photo credit: Franco De Giorgi

IL LAVORO DELLE ORGANIZZAZIONI UMANITARIE         Passo la giornata negli uffici delle agenzie e delle ONG e poi sul territorio, a visitare i campi e le strutture sanitarie. Dalle cinque in poi sono a casa. C’è il coprifuoco, alle sei è buio pesto, luce elettrica non ce n’è, il guardiano parla solo gourmantché e così non mi resta che tentare di sedurre l’autista, per farlo chiacchierare un po’. Ma non c’è verso. Lo invito a pranzare con me, sudo senza protestare nella Toyota non-climatizzata, aspetto paziente in mezzo al deserto che finisca le sue preghiere, ma non riesco a scioglierlo, è evidente che per qualche motivo ce l’ha con me. La terza sera però, quando gli offro una lattina di coca cola gelata, non resiste alla tentazione, l’accetta, se la beve in due sorsate, poi finalmente comincia a parlare. Diventa un fiume in piena, Monsieur Idrissou, ed è furioso, non vedeva l’ora di sfogarsi. Ce l’ha col suo governo, che si è fatto comprare dall’Europa per fermare i migranti, ce l‘ha con le puissances (anche l’Italia per lui è una puissance) e con le ONG, che arrivano a frotte “pour aider” e ce l’ha con i militari francesi, americani, tedeschi e adesso anche italiani, che nessuno sa bene cosa ci fanno qui: vogliono davvero fermare la marea montante dei migranti o piuttosto mettere piede in quei territori pieni di uranio, diamanti e petrolio, prima che arrivino i cinesi?

 

Photo credit: Franco De Giorgi

BLOCCATI LUNGO IL CAMMINO        Idrissou è fuori di sé. Fino alla fine del 2015 il passaggio dei migranti era libero e lui era un onesto passeur. Aveva affittato un Toyota pick-up, prendeva su una ventina di migranti alla frontiera con la Nigeria e, attraverso la Regione di Diffa, li portava fino ad Agadez per 150 Euro a testa. Poi lì continuavano con altri passeurs fino all’Algeria o alla Libia e poi ancora che s’arrangiassero, lui sa solo che volevano andare ad Agadez e pagavano il giusto. A quel tempo, mi racconta, i nigerini erano tutti contenti: i trasportatori, quelli che affittavano i foyers, che erano migliaia, i commercianti che vendevano tonnellate di bottiglie d’acqua e alimenti e le guardie di frontiera, che, per chiudere un occhio, costavano care. Tutto questo è finito. Il governo si è fatto comprare dall’Europa per 190 milioni di Euro e ha varato questa maledetta legge (adesso Idrussou sta gridando), che ha criminalizzato chiunque abbia a che fare con i migranti e ha scontentato tutti. Perfino i migranti, bloccati lungo il cammino, che esauriscono le risorse e vedono svanire il loro sogno, anche loro ce l’hanno col governo, nessuno ha capito che la legge è fatta per proteggerli. Anzi, per quelli che insistono, la strada si fa ancora più costosa e pericolosa. Idrussou è convinto che ne muoiono molti di più nel deserto, che attraversando il mare, ma quelli nessuno li vede in televisione.

 

IL SOTTOSUOLO DEL NIGER         Non basta. L’autista non è uno sprovveduto e legge i giornali dell’opposizione. I militari super tecnologici che Francia, USA, Germania e Italia mandano quaggiù, non servono solo a impedire le migrazioni. Lui sa bene che il sottosuolo del Niger è ricco. Ci sono uranio, oro, diamanti e soprattutto c’è il petrolio. Per questo sono qui, dice convinto, per metterci le mani sopra e non farseli rubare dai cinesi. Le solite potenze mondiali, qui come altrove, sono impegnate in un “effort néo-colonialist”, dice Idrissou, per ridefinire le zone d’influenza nel Sahel, dopo aver ammazzato Gheddafi.

Apriamo un’altra lattina di coca cola, calda ormai, e parliamo ancora e ancora, mentre una bava di vento ci sfiora e basta quella per sentirsi rinascere. Il giorno dopo, quando saliamo in macchina, dopo i saluti rituali, Monsieur Idrissou mi lancia un sorriso complice e accende il climatizzatore.

 

 

Franco De Giorgi. A Diffa, 22 aprile 2018

 

 

 

Pubblicato il 25.09.2018