Thailandia, decreto lavoratori stranieri: rischio di fuga in massa

Per i migranti che vengono da Cambogia, Laos e Myanmar, la Thailandia è un sogno che ha rischiato a lungo di trasformarsi solo in schiavitù e sfruttamento. Ora, un regio Decreto impone sanzioni elevatissime e anni di detenzione sia agli imprenditori che ai migranti irregolari che lavorano alle loro dipendenze. E così masse di migranti si sono riversati al confine. “Le ripercussioni di questa legge sulle vite di migliaia di migranti sono imprevedibili” denuncia l’ong GVC.

 

UNA VITA DI STENTI    In Thailandia, vivevano da sfruttati. Ora, vengono scacciati dai loro datori di lavoro o fuggono al confine. Sessantamila migranti irregolari, per lo più cambogiani e birmani, si sono visti costretti in una sola settimana a lasciare il paese in seguito al regio Decreto emesso il 23 giugno. Secondo le stime del Thailand Development Research Institute, ad andare via saranno in 300.000. Il provvedimento legislativo prevede sanzioni dai 400.000 agli 800.000 baht (dai 10 ai 20 mila euro) o da uno ai tre anni di carcere per tutti coloro che hanno alle loro dipendenze migranti non in possesso di documenti. Ancora più dure le conseguenze per i lavoratori provenienti dai paesi confinanti, spesso venduti e ridotti in condizioni di schiavitù: per loro, la legge prevede fino a cinque anni di carcere e dai 2.000 ai 100.000 baht di multa (da 51 a 2.587 euro). In Tailandia, alcune professioni sono già vietate agli stranieri. Ora si attende che il ministro del Lavoro si pronunci su ulteriori restrizioni nell’accesso ad altre professioni ai lavoratori stranieri.


 

UN DECRETO ANTI TRATTA     Con queste misure, ora, il governo thailandese cerca di difendersi dalle accuse della comunità internazionale di non aver contrastato il fenomeno della schiavitù e del traffico di esseri umani. In una società in cui l’età media è molto elevata e i migranti rappresentano una importante forza lavoro, il Decreto non è stato accolto con favore, soprattutto dagli imprenditori che operano nel settore ittico e nell’edilizia. E intanto è arrivata una proroga di sei mesi per consentire ai datori di lavoro di mettere in regola i migranti alle loro dipendenze, mentre l’International Labour Organization spinge per una soluzione che coinvolga nel dialogo anche i migranti e i lavoratori.

 

 

IL LAVORO DI GVC    “Noi continueremo a lavorare per promuovere sia in Thailandia che in Cambogia l’adozione di leggi che siano rispettose dei diritti dei migranti” dichiara Dina Taddia, presidente di GVC- ong bolognese che opera nella cooperazione allo sviluppo in oltre venti paesi del mondo. L’organizzazione, con una sede a Siem Reap e una a Bangkok, affianca da anni i migranti cambogiani con un programma di protezione volto a prevenire e sradicare le violazioni dei diritti umani nei confronti di chi emigra. “Sarebbe una migrazione win-win, che porterebbe vantaggio ad entrambi i paesi, se ben regolamentata. Negli anni, in Cambogia c’è stato un crescente spopolamento delle campagne, in particolare nelle province del nord del paese, le più povere, che per decenni sono state sotto il controllo dei Khmer Rouge- spiega Margherita Romanelli, responsabile per l’Asia di GVC-. La mancanza di lavoro, gli scarsi mezzi in agricoltura e il cambiamento climatico spingono sempre più cambogiani ad oltrepassare il confine verso la Thailandia in cerca di lavoro”.

 

 

CONTRO LO SFRUTTAMENTO     Per questo GVC organizza, grazie al sostegno dell’Unione Europea, gruppi di auto-aiuto per le vittime e le loro famiglie, nonché incontri di prevenzione volti a sensibilizzare i cambogiani e a informarli dei rischi connessi alla migrazione irregolare. Molti tra i cambogiani che adesso sono costretti al rientro hanno speso cifre impossibili per attraversare la foresta e andare a lavorare in Thailandia. Sempre più diffuse le truffe. “In molti si sono affidati a falsi broker, perdendo così ingenti somme di danaro” spiega Rossella Angotti, cooperante in Thailandia di GVC. Per contrastare il fenomeno dello sfruttamento nel settore ittico, la Commissione europea ha emesso un cartellino giallo, dichiarandosi pronta a imporre il divieto di tutte le importazioni di pesce thailandese. “In molti si suicidano nelle barche in cui lavoravano anche per 22 ore di fila per cifre irrisorie, spesso lavorano senza essere retribuiti o vengono venduti da un peschereccio all’altro senza mai toccare terra - racconta Rossella-. Alle volte muoiono e vengono buttati direttamente in mare”.

GLI EFFETTI DEL DECRETO   Imprevedibili le ripercussioni del nuovo regio Decreto sull’economia della Cambogia, paese in cui il 50% della popolazione ha meno di 25 anni e i livelli di disoccupazione sono elevatissimi. L’80% dei migranti cambogiani invia in patria i propri guadagni, sostenendo così la famiglia. “Si stima che in Tailandia ci sia una migrazione circolare di 1.000.000 di cambogiani: l’80% di essi, sono irregolari- spiega Margherita Romanelli di GVC-. Di questi, secondo dati dell’IOM, il 19% è vittima di tratta o schiavitù ma di fatto quasi tutti hanno subito forme di sfruttamento”.

 

LA STORIA    Nonostante le difficoltà, negli anni, le migrazioni dalla Cambogia non si sono mai arrestate, nonostante le difficoltà. S. O. ci ha provato più volte. Madre di due bambini, è la moglie di un migrante irregolare che oggi lavora in una industria elettronica in Thailandia per un guadagno che va dai 4.000 e i 7.000 baht (da 103 a 181 euro al mese). Nel 1998, in Cambogia, ad un periodo di siccità è seguita una alluvione che ha messo ulteriormente in ginocchio l’economia del villaggio. Così, a soli 16 anni, S. ha dovuto attraversare il confine insieme a sua sorella, per andare a lavorare in un campo di canna da zucchero. Potevano mangiare solo un pugno di riso. “Dopo alcune settimane, è diventato impossibile continuare a lavorare- racconta-. Le nostre condizioni psico- fisiche erano complicate, così, abbiamo rinunciato”. Ma non si è arresa. Tornata insieme alla sua famiglia in Thailandia una seconda volta, ha iniziato a lavorare per 300 baht al giorno in una piccola fattoria insieme a tutta la sua famiglia. Hanno lavorato per 5 mesi ma non sono mai stati pagati. “Quando il padrone ci ha chiesto di tornare nel nostro villaggio per reclutare altri connazionali, ne abbiamo approfittato per fuggire” ha raccontato S. Ora, vive in Cambogia grazie ai guadagni del marito. Ma questa legge proietta nuove ombre sulla sua esistenza e sulle vite dei suoi bambini.

 

Bologna, 25 07 2017


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Pubblicato il 26.07.2017