Stazioni meteo in America Latina


Essere in grado di prevedere disastri, esondazioni, nubifragi e alluvioni, significa guadagnare tempo utile per poter evacuare case, scuole, ospedali, mettere in salvo il bestiame e limitare i danni a economie già fragili. Dopo l’Amazzonia boliviana, GVC e la fondazione di ricerca CIMA hanno investito anche nel piccolo municipio indigeno di Chipaya, al confine con il Cile, e ideato un progetto transnazionale, sostenuto dall’Ue, che coinvolge, oltre alla Bolivia, anche Paraguay e Perù. E’ volto a dotare i sistemi nazionali di strumenti di monitoraggio del rischio in uso presso la Protezione Civile Italiana e a riabilitare stazioni metereologiche in disuso a basso costo. La vera sfida però è operare a livello locale in un contesto in cui mancano informazioni e dati nazionali necessari per avere un impatto immediato sulla vita della popolazione locale, e contemporaneamente agire globalmente su tutta l’area per incrementare le potenzialità di monitoraggio dei paesi confinanti.

 

ALLUVIONI E DISASTRI A CHIPAYA         “Quando la nostra organizzazione è arrivata per la prima volta a Chipaya, il municipio era completamente sott’acqua. Le piantagioni di quinoa, kañahua e patate, erano distrutte.  Gli animali, morti o malati. C’erano solo dei lama col collo fuori dall’acqua ma erano stremati. E’ in momenti simili che si rende ancor più evidente che l’economia di questo popolo è molto complessa e si basa solo sull’autoconsumo, resiste grazie alla migrazione e proprio per questo rischia di non avere futuro” racconta Alberto Schiappapietra, attualmente Coordinatore delle attività di GVC in America Latina, oltre che per 10 anni Rappresentante paese in Bolivia. “Prima del nostro arrivo, non si era fatto molto per evitare i disastri – continua - . I sistemi in uso per la gestione del territorio e la fertilizzazione dei suoli possono ricordare tecniche utilizzate nell’antico Egitto, basate sulla rotazione agraria e sulla deviazione del corso dell’acqua del fiume per rendere fertili i terreni lasciati a maggese”. Esondazioni e alluvioni ma anche cicli di siccità continui mettono periodicamente in ginocchio l’economia di questo popolo indigeno di nativi le cui antiche tradizioni sono rappresentate ormai solo da 2000 mila persone che vivono a quattromila metri di altitudine, vicino la frontiera con il Cile. Per anni, i Chipaya hanno difeso la loro identità e la “Pacha Mama”, la terra madre, dall’invasione di vari popoli e oggi dallo spopolamento causato dal cambiamento climatico e la mancanza di opportunità per i giovani. Proteggere il territorio da eventi metereologici e idrogeologici e dagli effetti del cambiamento climatico, però, è un obiettivo che va al di là degli sforzi comunitari e locali ed è inscindibile dalle potenzialità del sistema nazionale boliviano.

 

LE STAZIONI IN BOLIVIA SONO POCHISSIME         Purtroppo, nel paese ci sono solo circa 200 stazioni, per lo più a lettura manuale, utili solo per analisi climatologiche e solamente una ottantina automatiche e collegate in tempo reale che possono fornire informazioni importanti per i sistemi di allerta precoce. Un numero ridottissimo e insufficiente: basti pensare che in Italia ce ne sono invece 3.500 per soddisfare le esigenze di un territorio tre volte più piccolo di quello boliviano. “Per questo era importante incrementare in Bolivia l’intensità dell’informazione e la quantità di dati reperibili, e fare lo stesso operando anche in aree transnazionali, così come faremo con il nostro ultimo progetto, sostenuto dall’Ue, che coinvolgerà anche Paraguay e Perù – racconta Alberto – Il problema principale è che una stazione completa costa ben 16mila dollari. Inoltre, l’azienda appaltante non cede la proprietà del dato prodotto, mentre noi ne abbiamo assolutamente bisogno per poterlo utilizzare nei modelli di previsioni metereologiche ed idrologiche su scala nazionale. Così abbiamo trovato una soluzione economica, elaborata da Fondazione CIMA, che ci consente di produrre stazioni con un costo di duemila dollari e di usufruire della licenza open hardware che consente di produrre autonomamente i componenti necessari per riabilitare le stazioni idrogeologiche che hanno smesso di funzionare”.

 

I PROGETTI           Da tempo GVC sostiene infatti azioni di riduzione del rischio e prevenzione oltre che di sostegno ai sistemi di previsione e analisi metereologica e idrogeologica in Bolivia. Sin dal 2012, insieme a CIMA,  fondazione di ricerca della quale fanno parte l’Università di Genova, la Regione Liguria, la Protezione civile e la Provincia di Savona, su invito della FAO e con il finanziamento dell’Agenzia italiana della Cooperazione allo Sviluppo,  ha contribuito a diffondere l’uso di DEWETRA, un sistema integrato per il monitoraggio in tempo reale, la previsione e la prevenzione dei disastri naturali in Bolivia, oltre che l’installazione e la riabilitazione di stazioni automatiche con sistemi open hardware, a basso costo.

 

L’ESORDIO NELL’AMAZZONIA BOLIVIANA         “Tutto è iniziato con un progetto di risposta e preparazione alle inondazioni nell’Amazzonia boliviana, grazie al quale abbiamo realizzato mappe e analisi del rischio, studiando la vulnerabilità del terreno e analizzando risposte contro possibili disastri causati da siccità o inondazioni. Abbiamo poi lavorato alla modellizzazione matematica del Fiume Rìo Beni, uno dei principali affluenti del Rio delle Amazzoni”.  Tra il 2015 e il 2016, GVC ha riabilitato cinque stazioni con un costo esiguo per poi introdurre il sistema open hardware nell’Amazzonia boliviana, e da ultimo ha lavorato al progetto Chipaya, sostenuto dall’Ue, per la gestione del rischio intesa come preparazione contro i disastri, grazie alla promozione della costruzione dei “defensivos”, argini creati lungo il fiume dalla popolazione per proteggere il raccolto, il bestiame e la popolazione dalle esondazioni e dalle alluvioni. Ma non solo. L’obiettivo è infatti la costruzione di stazioni open hardware collegate al SENAMI - Sistema Nazionale di Idrologia e Meteorologia per migliorare la raccolta di dati utili per prevedere i disastri e poter dare l’allerta, monitorando anche possibili piene del fiume Lauca.

 

UN’AZIONE GLOCALE         Mentre si tenta con il progetto “WIRWINA” di estendere a Paraguay e Perù il know how acquisito in Bolivia, a livello locale si tenta di sostenere una popolazione numericamente esigua e già provata da continue migrazioni e spostamenti come quella dei Chipaya per rendere efficace il sistema di allerta. “L’arrivo delle informazioni in tempo reale alle autorità municipali è attualmente garantito ma il problema si viene a creare proprio nel momento in cui si deve comunicare a livello locale e comunitario l’allerta” spiega Alberto. Perché, per quanto nel municipio di Chipaya ci siano internet e rete telefonica, il segnale non è presente in tutte le zone periferiche e le comunità in molte aree rurali sono isolate. Inoltre, è necessario che a livello locale chi riceve l’informazione sappia ritrasmetterla correttamente. Nel caso di Chipaya, spiega Alberto, “la principale criticità è legata alla carenza di personale tecnico: c’è solo una persona che si occupa di logistica che riceve un sistema di allerta semaforica –continua-. Il problema, poi, è che le cariche del governo autonomo di Chipaya decadono dopo un anno e periodicamente tutte le informazioni che forniamo localmente vengono perse. Con un progetto sostenuto dai programmi EU Aid Volunteers di capacity building abbiamo pensato a dei video tutorial per istruire i tecnici in materia di gestione del rischio, sfruttando la memoria visiva dei Chipaya che da sempre tramandano le informazioni solo oralmente”. Al momento, sul territorio, ci si serve di ricetrasmittenti e della radio per trasmettere i bollettini di allerta ma la sfida della diffusione delle informazioni rimane ancora aperta. Il bisogno cui deve rispondere GVC ora è infatti quello di trovare modalità per avere un impatto immediato sulla vita dei Chipaya, così come di tutte le altre popolazioni in Bolivia, Perù e Paraguay.


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