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La strana sorte del biodiesel tra verso e falso. Di Tarcisio Arrighini

Che la societa’ moderna riesca spesso ad esprimere contraddizioni e’ un fatto, che riuscisse a coinvolgere in tempi cosi’ rapidi (febbraio-aprile 2008) un prodotto tanto invocato per la lotta al surriscaldamento della Terra, quale il biodiesel, non era facile
prevederlo.

Chi si occupava per mestiere di queste cose, in Brasile soprattutto, si e’ trovato nel giro grosso modo di un paio di mesi a passare da operatore di miracoli ad untore. Un mare di critiche e dubbi sospetti in poco tempo ha invaso i media internazionali giungendo al grande ultimo consesso romano della FAO, dove finalmente qualcuno ha cominciato a mettere dei paletti ad un dibattito fuor di senno che nientemeno stava additando il Brasile,tradizionale produttore di biocombustibili, e come tale, ambita meta di accordi a livello internazionale, come principale causa dell’aumento di alcuni prodotti alimentari a livello mondiale.
L’ultima Conferenza romana della FAO sicuramente non ha dato i frutti sperati, tutti lo hanno detto, o ha dato solamente quelli che poteva dare in un quadro internazionale frastagliato dove il raccordo degli interessi tra Paesi ricchi e poveri diventa sempre piu’ improbabile, ma quanto meno ha riportato il dibattito sulla crisi alimentare mondiale dentro al suo corretto alveo: speculazioni, accaparramento, barriere doganali, protezionismo ecc. facendo decadere infine tante o alcune stupidaggini quanto meno che si stavano dicendo sui biocombustibili, e sul biodiesel in particolare.
Col riso, alimento base mondiale, nessuno ci sta facendo il biodiesel, e tantomeno col frumento. Col mais solo gli americani stanno oggi producendo biodiesel su grande scala e scarsa produttivita’. I brasiliani fanno biodiesel con la soia, il girasole e la mammona soprattutto ( ma nessuno ha denunciato un aumento di prezzo significativo dei prodotti della soia o dell’olio di ricino). Con la canna da zucchero i brasiliani ci fanno biocombustibile da 30 anni, non da ieri, e nessuno ha registrato aumento dei prezzi dello zucchero a livello internazionale. E comunque nessuno produce oggi biodiesel in tale quantitata’ da poter determinare mutazioni mondiali dei prezzi di fondamentali prodotti alimentari.

Alcune critiche sono tuttavia fondate

Ma il rischio esiste e giustamente va sottolineato per evitarlo, non per documentarne la attualita’, la sua esistenza oggi.
E’ evidente infatti che se in via del tutto teorica un latifondista brasiliano decidesse oggi, in barba alle leggi nazionali, di deforestare 10-20.000 ettari per piantarci soia , con massiccio impiego di prodotti chimici, per produrre biodiesel, magari fregandosene degli scarti, ecc. ecco allora si’ ci sarebbe un problema in piu’. Se i produttori agricoli del Brasile, ma anche di qualunque altro Paese, decidessero di smettere di produrre animali, ortaggi, frutta, grano, riso, mais ecc per piantarci soia, girasole, mammona, per fare biodiesel, si’ anche qui ci troveremmo con un grave problema non solo per il Brasile ma per la umanita’. Se la agricoltura familiare brasiliana, che assicura il 75% di prodotti alimentari al mercato brasiliano, decidesse di smettere di produrre alimenti e producesse al contrario olii vegetali per il biodiesel, si’ allora il Brasile dovrebbe cominciare a fare i conti con la fame. Se Maggi, il piu gran produttore di soia al mondo, attuale governatore del Mato Grosso, decidesse di fare della sua soia unicamente biodiesel e non prodotti alimementari, si avremmo tutti un gran problema in piu’ e non solo i brasiliani.
Ma stiamo ragionando unicamente sui SE e sui MA. Poiche’ giustamente e lo ha detto il presidente Lula per tutti, in Brasile mica sono tutti impazziti da non rendersi conto che prima del biodiesel occorre far mangiare la gente, e magari non solo quella brasiliana!
Insomma paventare un rischio non e’ certificarne la esistenza.
Nessuno oggi puo’ documentare seriamente che l’aumento di alcuni fondamentali prodotti alimentari di base sia dovuto alla loro scarsita’ sul mercato e che questa scarsita’ sia dovuta ad una conversione massicia dei grandi produttori alimentari ai biocombustibili. O peggio puo’ dimostrare che il pur crescente livello di deforestamento della Amazzonia, ma non solo, sia dovuto all’incremento della produzione di olii vegetali per fare biodiesel. Non ci sono connessioni serie, non ci sono dati credibili per fare ragionamenti di questo genere. Giusto quindi tenere alto il dibattito e la informazione per evitare i rischi possibili, ma senza demonizzare nessuno. L’incremento dei prezzi dei prodotti alimentari cerchiamolo altrove.

Biodiesel: un concetto molto relativo

Uno degli errori che si stavano facendo, sull’onda dei rischi da surriscaldamento del pianeta, era quello di credere o far credere che il biodiesel, assieme ad altri biocombustibili, potesse essere il toccasana del problema. Gli Stati hanno cominciato a darsi delle mete, apprezzabili come indicatore di buona volonta’, ma praticamente irraggiungibili. Non esistono spazi sufficienti sulla terra per produrre biodiesel in quantita’ sufficiente a far fronte alle decisioni delle politiche nazionali da Kioto in poi. Gli Stati Uniti per produrre biodiesel nella misura del 20% entro il 2015 come programmato, dovrebbero coltivare mammoma o mais anche sulle Montagne rocciose, sui ghiacciai dell’Alaska, e nei giardini della capitale.
Cio’ non inficia in alcun modo l’alto valore eco-morale di un obbligo che ad ogni Stato compete di ridurre le emissioni di calore nelle forme possibili: in primis sostituendo i carburanti fossili con biocamrburanti rinnovabili.
Anche se ognun sa che, piacciano o non piacciano le fonti atomiche di terza e quarta generazione, saranno le uniche a poter dare risposte convincienti a Kioto ed in generale al problema del surriscaldamento della terra. L’energia pulita non e’ di destra ne’ di sinistra, e’ solo quella che serve , nelle quantita’ necessarie, ad evitare la cottura in graticola della nostra Terra. In 15-20 anni dicono gli scienziati l’energia pulita, in sicurezza, ci sara’, ma ora no.
Ecco 15-20 anni dove gli Stati dovranno loro malgrado tentare di sostituire sia pure in parte i carburanti fossili con altri rinnovabili e puliti. Appunto 15-20 anni di vita per il biodiesel, purche’ lo si produca rispettando le soglie della sicurezza alimentare e l’ambiente.

Produrre biodiesel eco-compatibile ed in condizioni di sicurezza alimentare

Se non fosse che la Agricoltura familiare in Brasile, Paese di 180 milioni di abitanti, assicura il 75% della produzione alimentare nazionale (l’agroindustria normalmente e’ piu’ protesa alla esportazione), il suo ruolo dentro al dibattito sui biocombustibili potrebbe apparire del tutto irrilevante. Ma il Governo Lula, va detto chiaramente, ha capito che l’Agricoltura familiare in Brasile puo’ e deve essere voláno di sviluppo e come tale l’ha additata come anello obbligatorio nella catena di produzione del biodiesel, imponendola come partner alla stessa compagnia petrolifera nazionale, la Petrobras, ed e’ facile immaginare anche alla nascente Biobras. Non per convertire l’agricoltura familiare al biodiesel, ma perche’ diventasse un riferimento nazioanle ed internazionale di produzione strategica del biodiesel eco-compatibile ed in condizioni di sicurezza alimentare.
Esattamente quanto si sta cominciando a fare con la FETRAF (Federazione della agricoltura familiare) del Minas Gerais e le federazioni di altri Stati come Bahia, Ceara, Piaui, Mato Grosso, Maranhao. Strategia e’ la parola appropriata. Non si puo’ produrre biodiesel a qualsiasi costo e perche’ cosi’ non sia, serve il rispetto di alcuni fondamentali principi che la agricoltura familiare brasiliana ha tradotot in una specie di decaologo, che qui richiamiamo in parte:

- produzioni consorziate, e cioe’ alternate tra piante alimentari e oleaginose, in forma programmata
- uso di terre incolte o abbandonate e non di quelle forestate o a uso alimentare
- ricilaggio degli scarti nocivi dei semi oleaginosi trattati
- promozione delle piante oleaginose tradizionali a copertura perenne
- riduzione dell’impiego di prodotti chimici nei processi di transesterificazione

Sono questi accennati principi strategici per la agricoltura familiare brasiliana, e sono questi alcuni dei principi a cui si ispirano gli esperimenti in corso, che vedono coinvolto da tempo lo stesso GVC e prossimamente altre Ong italiane, validi per la stessa agroindustria, ma anche per tutti i paesi e non solo per il Brasile.

Senza illudersi ovviamente che il biodiesel possa risolvere il problema del surriscaldamento della terra, causato dalle emissioni di CO2 per un uso massiccio di combustibili fossili. Il Biodiesel aiuta, spece se si confermano alcune ricerche in corso secondo le quali anche solo un 2% di miscela alla pompa di olio vegetale nel diesel fossile, provoca un abbattimento percentuale molto superiore di scarichi nocivi alla salute ed all’ambiente. Ma in Brasile la ricerca sta andando oltre, non ultimo il possibile abbandono del sistema di transesterificazione e quindi dell’uso dei prodotti chimici.

Tarcisio Arrighini