Palestina: approccio di genere all'acqua


Seguire un approccio di genere negli interventi volti a garantire acqua, sanità e igiene, in terre come la Palestina o in aree geografiche come la Siria e il Libano, significa riuscire a fare la differenza sulle vite di donne e bambine, fornendo risposte adeguate alle loro esigenze e prevenendo disagi o possibili effetti collaterali sulle loro vite. Perché in luoghi come la Cisgiordania, alcune donne possono camminare anche tre km a piedi o a dorso d’asino per andare a prendere l’acqua. Liù Fornara, rappresentante paese in Palestina, racconta perché GVC ha ideato uno strumento utile per le ong che operano nel settore e che devono rispettare i bisogni delle donne. Il toolkit, ideato insieme all’Agenzia italiana per la Cooperazione allo Sviluppo e a UNWOMEN, è stato realizzato dopo aver intervistato numerose ong.

 

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GVC E L’ACQUA IN PALESTINA       Un intervento dopo l’altro. Dalla Striscia di Gaza alla West Bank, così come nell’intera Area C, posta sotto il controllo delle autorità israeliane. E’ qui, nella continua emergenza di una delle aree più instabili del mondo, che gli esperti di GVC hanno sviluppato nuove tecniche e messo in pratica nuovi approcci metodologici al WASH- il settore della cooperazione che si occupa di acqua, sanità e igiene. Dal 1992, infatti, anno del suo primo intervento in Palestina, l’organizzazione si è impegnata per garantire migliori performance nelle attività volte a ripristinare o a ricostruire le strutture idriche, a riportare l’acqua e a distribuirla equamente tra le comunità più vulnerabili. Oggi, GVC ha esteso l’ambito dei suoi interventi anche a zone come la Siria e il Libano. Dopo anni di esperienza in partnership con realtà come UNICEF, però, il know-how acquisito dall’organizzazione sul campo in Palestina rimane fondamentale per sostenere l’adozione di interventi capaci di sviluppare strategie adattive migliori e più efficaci per garantire a tutti il diritto all’acqua. Ecco perché il “Gender and Wash toolkit for Palestine”- realizzato insieme all’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo, al Consolato d’Italia e a UN Women - oggi viene indicato come uno strumento indispensabile per le altre organizzazioni che operano nei Territori occupati palestinesi ma anche in tutto il mondo. Trasmettere la sua esperienza e quella di molte altre realtà e renderla replicabile è per GVC un traguardo importante. Soprattutto perché i principi riassunti in questo toolkit coniugano due diversi approcci: non solo quello al WASH ma anche alla Protection, ovvero a un metodo sperimentale adottato dall’ong in diversi paesi e volto a garantire e identificare interventi efficaci e perfettamente rispondenti ai bisogni dei soggetti più vulnerabili.

PERCHE’ UN TOOLKIT PER LE ONG      A lanciare l’allarme era stata un’analisi di UNWOMEN e di OCHA, dalla quale è emerso che nel WASH raramente si tengono in considerazione ruoli e bisogni di genere. Spesso visto come un settore “tecnico”, dominato da ingegneri uomini, nell’immaginario collettivo viene identificato come un servizio unicamente volto a costruire un’infrastruttura idrica. Il toolkit di GVC, invece, fa luce sugli aspetti più ignorati e sensibili di questo tipo di interventi, puntando alla diffusione di prassi che hanno come obiettivo quello di interpretare meglio le necessità dei beneficiari e di dare un aiuto concreto nella risoluzione dei problemi che ogni giorno devono affrontare. E’ dunque uno strumento pratico e facilmente accessibile per tutte le organizzazioni che disegnano, implementano e valutano progetti in questo settore. Il case study analizzato è uno tra i più significativi: in Palestina, infatti, nell’Area C della West Bank e a Gaza, contendersi l’acqua significa negoziare la sopravvivenza dei membri della propria famiglia e la possibilità stessa di svolgere qualsiasi tipo di attività lavorativa. A Gaza, il 40% della popolazione riceve acqua solo per 5-8 ore ogni 3 giorni. L’85% di quest’acqua è contaminata. In Area C, circa 150.000 persone non hanno accesso all’acqua e dipendono da camion cisterne che la forniscono una volta alla settimana. Liù Fornara, rappresentante paese di GVC in Palestina, ci ha spiegato perché è necessario adottare un approccio di genere in tutti i settori di intervento e in tutti i paesi in cui operano le ong.

INTERVENTI PENSATI PER I PIU’ VULNERABILI      “In un villaggio palestinese una organizzazione ha costruito delle latrine e le ha anche dotate di energia elettrica affinché fossero accessibili la notte- ha raccontato Liù-. Questo ha però portato gli uomini del villaggio a usarle per giocare a carte e a socializzare la sera, di fatto impedendo alle donne di accedervi. Le donne hanno dovuto quindi andare di notte nei campi attorno alla comunità, esponendosi maggiormente a rischi di violenze. Ecco perché è indispensabile incrementare lo scambio di buone prassi tra le organizzazioni, per ammortizzare il rischio di una scarsa sostenibilità tra le comunità degli interventi”. “In Palestina, la gestione dell’acqua e dell’igiene domestica è prerogativa femminile- ha spiegato-. Eppure, le donne non hanno potere decisionale e controllo sull’uso di questa risorsa. Troppo spesso, le donne non partecipano né nell’identificazione delle iniziative WASH, né nell’implementazione diretta, se non come beneficiarie delle campagne di sensibilizzazione, nonostante loro siano molto spesso le attrici più consapevoli e sensibilizzate- ha continuato-. Il ruolo delle bambine, delle donne, dei ragazzi o degli anziani nella gestione dell’acqua differisce da paese a paese, ed è per questo che è importante adottare un approccio gender sensitive”. “Un esempio di chiara discriminazione per le ragazze palestinesi è quello legato all’igiene mestruale: spesso i servizi igienici nelle scuole sono inadeguati, non hanno acqua, non hanno cestini per deporre gli assorbenti usati, a volte non prevedono la possibilità di avere intimità per cambiarsi- ha concluso-. La conseguenza è ovviamente l’assenza scolastica e il conseguente buco nell’apprendimento”. Per questo, garantire l’identificazione di ruoli di genere, di bisogni specifici di bambine e donne, di persone anziane, con o senza disabilità, è un impegno, oltre che un obbligo etico, che GVC ha assunto per poter garantire il disegno e l’implementazione di iniziative efficaci e tarate sui bisogni reali delle persone.


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