Oltre la violenza, madre per vocazione in Burundi



Ci sono madri che in Burundi hanno scelto di dedicare la loro vita ai figli degli altri. Sono storie di coraggio e di grande generosità. Come quella di M.S che è stata violentata quando era ancora molto giovane e che, rimasta incinta, per un momento ha desiderato di non sentirsi chiamare madre nè da quel bambino nè da altri in futuro. Le cose, però, sono andate diversamente e oggi ha scelto di dedicare la sua vita al contrasto alla malnutrizione tra i minori nei centri di riabilitazione comunitari sostenuti da GVC, insieme a suo marito. Oggi sono una "maman" e un "papa" lumière, e così vengono chiamati da tutta la comunità.

 

LA STORIA         Suo figlio è il frutto di una violenza. M. S. aveva solo 22 anni quando è stata brutalizzata sulle colline di Muzazi, in Burundi, dove è nata. Per la prima volta M. si sarebbe sentita chiamare madre. Quel nome, però, era certa le avrebbe ricordato per sempre la violenza subita. La tentazione di sottrarsi al ricordo continuo cui la avrebbe costretta quel bambino era così forte da convincerla alla fine a rivolgersi per un intervento al centro Seruka di Bujumbura. “Ma era già troppo tardi perché si potesse interrompere la gravidanza indesiderata” racconta. Poi, ha sposato un uomo che ha adottato anche il suo primogenito, che oggi è cresciuto, ha 16 anni e frequenta la scuola. Poi, M.S. ha avuto altri quattro figli: il più piccolo ha sei mesi, il più grande dodici anni.  Lei non avrebbe mai potuto immaginarlo ma oggi è una donna di 38 anni e a chiamarla “maman” non sono solo i suoi figli ma una intera comunità. E’ infatti diventata una delle maman lumières di GVC e da anni lavora nei centri di riabilitazione nutrizionale (FARN) in Burundi. “Volevo aiutare la comunità e prendere in carico i bambini malnutriti- racconta-. Oggi mi occupo di preparare le dimostrazioni culinarie, di offrire una alimentazione equilibrata ai bambini, di formare le madri ma anche di effettuare visite a domicilio e di convincere le donne a rivolgersi ai centri sanitari in caso di malattia”.

IL LAVORO DI GVC IN BURUNDI          Dopo anni di lavoro nelle FARN, i risultati sono arrivati. I miglioramenti non si sono registrati solo sul fronte della prevenzione e del contrasto alla malnutrizione cronica tra i minori, ma anche su quello del cambiamento culturale, necessario per eradicare questa patologia che in Burundi colpisce il 60% dei bambini sotto i cinque anni. “Gli uomini hanno testato i vantaggi e i miglioramenti prodotti dalle attività nelle FARN di GVC perché hanno visto i bambini guarire e così non hanno più impedito alle loro mogli di partecipare alle attività dei centri di riabilitazione” spiega M.S. che oggi è fortunata perché ha al suo fianco un uomo che ha un ottimo rapporto con lei e che apprezza il suo impegno per la comunità al punto da non limitarsi solo a incoraggiarla. “Oggi mio marito è diventato un ‘papa lumière’  e offre il suo contributo all’interno del centro di riabilitazione al mio fianco” spiega M.S. Lo stesso è accaduto per il marito di Annociate Nuyonzima che lavora insieme a lei in una FARN sulle colline di Mpinga. I due dedicano molto del loro tempo libero ai figli degli altri, nonostante abbiano avuto sei bimbi.

TROPPI BAMBINI ANCORA SONO A RISCHIO        “Quando ho dato la vita al mio ultimo figlio, ho affrontato delle difficoltà – racconta Annociate-. Ero all’ospedale Roi Khaled di Bujumbura ma il medico mi aveva già detto che avrei avuto delle complicazioni. Gli altri sono nati senza nessun problema al centro sanitario del comune di Mubimbi”. Le preoccupazioni di una madre, però, non finiscono di certo con il parto. “Speriamo di poterci dedicare ad attività di commercio anziché a quelle agricole e di poter mandare a scuola i nostri figli” spiega Annonciate. La lotta alla malnutrizione non è ancora stata vinta. “Tantissimi bambini adesso stanno meglio e la comunità ha iniziato a capire l’importanza delle buone prassi che promuoviamo – dice -. Il problema è che nonostante questo alcuni bambini hanno abbandonato le FARN prima della fine delle attività”.

 

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Pubblicato il 19.11.2018