L'inverno nella Valle della Bekaa

*Ci troviamo nel nord della Valle della Bekaa, in Libano, a davvero pochissimi chilometri dal confine siriano, nella zona di Hermel. Talmente vicino alla frontiera che il primo villaggio siriano è chiaramente visibile a occhio nudo. Qui, centinaia di migliaia di rifugiati siriani (oltre 360.000 quelli registrati UNHCR in Bekaa) vivono in Informal Temporary Settelments, letteralmente “insediamenti temporanei informali”, la maggior parte di loro abita qui da quattro anni. Se la temporaneità è certamente un concetto inadeguato, la formula descrive però, in maniera piuttosto efficace, le condizioni di vita. Si tratta di una miriade di piccoli campi che ospitano in media 15/20 famiglie, circa un centinaio di persone, di cui ben più della metà bambini. Persone perlopiù originarie della regione siriana limitrofa, che va da Homs ad Aleppo, una popolazione rurale che già prima della guerra migrava in quest’area del Libano per lavorare nei campi durante la stagione agricola. Inizialmente erano solo gli uomini a migrare, e per un breve periodo, dall’inizio della guerra sono le intere famiglie a essersi spostate. Si tratta di una vulnerabilità estrema che si somma a quella che già caratterizza la regione della Bekaa: una delle più fragili e complesse del paese. Del resto, come appare naturale, chi scappa dalla guerra va nel luogo più vicino a casa e che conosce meglio. Così quest’area del Libano si è trovata a dover accogliere una popolazione rifugiata, che è quasi il doppio di quella locale. L’informalità descrive invece l’assenza, o almeno la non presenza diretta dello Stato. Il Libano non ha ratificato la convenzione sull’asilo e lo status di rifugiato non esiste. I gruppi di famiglie siriane si sono messi d’accordo con i proprietari terrieri della zona e hanno contratto regolari relazioni d’affitto per la terra che occupano con le loro tende, auto-costruite con materiali in gran parte donati da UNHCR e, in parte, recuperati in maniera autonoma.

Qui GVC, grazie ai finanziamenti dell’Unione Europea (ECHO), della Cooperazione Italiana (AICS) e della Provincia di Bolzano, assicura l’accesso all’acqua potabile e ai servizi igienico-sanitari nei campi. In ogni campo è necessario studiare soluzioni adeguate ai bisogni e al posto. In alcuni di questi, lontani da sorgenti d’acqua, siamo obbligati a installare serbatoi e a trasportare acqua potabile con camion cisterna. Laddove si riescono a trovare soluzioni alternative, le si praticano. Come a Hermel10 - il decimo campo della zona di Hermel, questi sono i “codici” di riconoscimento dei campi, nuova toponomastica del paese - dove siamo riusciti a collegare i serbatoi a un’ottima sorgente di acqua potabile situata in una zona più a valle rispetto al campo.

La valle della Bekaa si trova tra la catena del monte Libano e quella che la separa dalla Siria. L’inverno è estremamente rigido: le temperature arrivano  sotto zero e la neve non manca. In queste rigide condizioni climatiche i rifugiati dimostrano una resilienza straordinaria e cercano di isolare i pavimenti delle proprie tende come possono, generalmente con colate di cemento che gli uomini gettano sul fondo della tenda per separarlo il più possibile dal terreno freddo ed evitare inondazioni all’interno in caso di pioggia o neve. Ma come fanno le persone più vulnerabili? Le donne sole, gli anziani, i malati, i disabili o i bambini non accompagnati? Per loro GVC ha lanciatoun progetto pilota. Prima di tutto sono state mappate in maniera dettagliata le vulnerabilità,  al fine di rispondere alle necessità specifiche di chi ha più bisogno. Sono poi stati distribuiti e installati 35 kit di “Emergency Floor” – pavimenti d’emergenza - in altrettante tende. Si tratta di una sorta di tappeti in poliuretano, componibili e incastrabili in maniera simile ad un puzzle, sufficientemente spessi e resistenti, ma soprattutto caratterizzati da intercapedini nella parte sottostante che permettono lo scorrimento dell’acqua e il passaggio dell’aria, evitando così l’accumulo di acqua e fango. Grazie a questa soluzione i rifugiati più vulnerabili stanno affrontando il rigido inverno della Bekaa in maniera un po’ più confortevole e dignitosa, limitando in maniera importante gli effetti a volte devastanti del freddo e delle malattie di stagione.

*Testimonianza della nostra collega Stefania Piccinelli

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Pubblicato il 08.02.2017