In fuga dal Kivu, la terra del coltan

Di Franco De Giorgi
 

IL COLTAN, IL NUOVO ORO     In Africa, dove c’è ricchezza c’è guerra. Il Katanga, il Nord e il Sud Kivu, immense regioni del Congo, da decenni sono devastate da uno stato di guerra civile ormai cronico, che sempre più spesso ha semplicemente i connotati del saccheggio e del banditismo. Purtroppo per loro, sono territori ricchissimi. Oro, diamanti, cobalto, tungsteno, avorio, legname pregiato e soprattutto il coltan, questo minerale indispensabile per la fabbricazione di componenti essenziali per i cellulari e l’industria informatica. Nel Kivu c’è di tutto, c’è perfino disponibilità illimitata di forza lavoro indifesa, da sfruttare ai limiti della schiavitù, in miniere a cielo aperto prive di qualsiasi minimo concetto di sicurezza.

 

 

IN FUGA DAL CONGO     La Repubblica Democratica del Congo è uno stato in disfacimento e il suo esercito un coacervo di bande armate in concorrenza tra di loro dedite alla rapina. Le forze armate ruandesi e ugandesi in semi clandestinità, penetrano a piacere in Congo per indebolirlo e depredarlo in accordo con le amministrazioni corrotte locali. Non basta. I Mai Mai, una sorta di milizia popolare locale, devasta le terre dei Nande  e dei Banyamulenge a caccia di bottino, di bambini soldato per rinforzare i loro ranghi e di donne, sottoposte a un’eterna violenza di genere, trasversale a tutte le etnie e a tutte le religioni. Quattro milioni sono i morti di guerra congolesi negli ultimi venti anni.

 

 

QUANTE VITE COSTANO I NOSTRI CELLULARI     Si calcola che il valore delle ricchezze contrabbandate fuori dalla zona di conflitto superi il miliardo di USD l’anno. Il traffico è gestito da reti internazionali e destinato ai mercati degli utilizzatori finali, gli occidentali. Le società che fanno uso di coltan sono soprattutto americane e per l’80% dichiarano di non conoscerne la provenienza. Si tratta di un sistema complesso- basato sul mantenimento dell’instabilità politico-tribale in territori grandi come l’Europa intera, tenuta viva da attori militari, paramilitari, signori della guerra locali e stati sovrani confinanti con il Congo- che genera un ciclo continuo e che rende infinito il conflitto del Kivu.

 

 

COSTRETTI ALLA FUGA     Quando un villaggio viene attaccato, depredato, incendiato, gli adulti uccisi, le donne stuprate, i bambini rapiti, non ha più futuro. I sopravvissuti fuggono, attraversano foreste e risaie, cacciati da tutti. Quelli che ci riescono, arrivano al fiume Ruzizi, che segna il confine tra il Congo e il Burundi e fluisce nel lago Tanganyika. Lo attraversano aggrappati in cinque o sei alle camere d’aria di camion, che devono pagare a caro prezzo, e poi sono in salvo, in Burundi. A poca distanza c’è il campo d’accoglienza di Cishemere, dell’UNHCR (l’Alto Commissariato per i Rifugiati delle Nazioni Unite). Qui sono identificati e ricevono lo status di rifugiati poi, dopo qualche mese, sono avviati ai campi di permanenza, in attesa di un improbabile rimpatrio a guerra finita o di un’altra utopistica destinazione, negli USA, in Australia, in Canada.

 

 

NEI CAMPI CON GVC     In Burundi ci sono cinque campi che ospitano circa 36.000 rifugiati congolesi e altri 25.000 vivono a Bujumbura, più o meno integrati nella città. Ho visitato i campi di Kavumu, di Bwagiriza e quello di prima accoglienza di Cishemere. A prima vista sono dei villaggi ridenti e ordinati, le casette tutte in fila, le strade pulite, fiori alle finestre, panni colorati stesi al sole e voci allegre di bambini. In realtà vi regna la rassegnazione e un disperante senso d’impotenza e inutilità. Ho intervistato alcune donne, ho visitato, da medico, qualche anziano malato cronico, mi sono seduto sotto a un mango assieme agli uomini e ai giovani, che nulla hanno da fare se non “vagabondare” per il campo, raccontare dei loro villaggi abbandonati e immaginare futuri impossibili. Le donne naturalmente hanno la famiglia di cui occuparsi, loro lavorano eccome, ma solo per sopravvivere e senza speranza di poter migliorare.

 

 

GVC NEI CENTRI DI SALUTE     L'UNHCR garantisce una rete di distribuzione idrica adeguata, i viveri, forniti in razioni spartane ma sufficienti, le scuole primarie e la salute di base. Dal 1° maggio 2017, GVC gestisce i Centri di Salute dei campi con personale locale, medico e infermieristico, promuove la salute materno-infantile, attua il programma di vaccinazioni e garantisce il rifornimento dei medicinali. A fronte di casi gravi chirurgici o medici, GVC provvede al trasferimento dei malati in ospedali di riferimento distrettuali o in capitale. E’ tutto gratuito. In ognuno dei cinque Centri di Salute ostetriche assistono a parti non complicati e vi è una dozzina di letti d’osservazione. Alcune patologie sono seguite con particolare attenzione per l’impatto che possono avere sulle comunità: la malnutrizione, la malaria, la tubercolosi e l’HIV e sono affrontate anche sotto il profilo preventivo.

 

 

DISCRIMINATI      I rifugiati sono "liberi". Se vogliono, possono uscire dal campo, ma per andare dove e a fare che? Non hanno denaro né modo di procurarselo. La terra da coltivare è già insufficiente per i burundesi e di altre forme di lavoro non v’è cognizione. Naturalmente non sono neanche amati dal popolo che li ospita e che li considera dei privilegiati: per molti, questi rifugiati hanno l’UNHCR che li mantiene, GVC che li cura e tra l'altro - dicono- non devono nemmeno lavorare. In realtà è proprio questo di cui sentono la mancanza, del lavoro e della dignità, che ne deriva.

26 giugno 2017

Franco De Giorgi è socio e membro del Direttivo di GVC. E' da poco rientrato da una missione in Burundi, dove la nostra ong ha dato vita ad un nuovo progetto insieme all'UNHCR. Scopri di più sul nostro nuovo progetto in Burundi. Clicca qui.

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Pubblicato il 26.06.2017