Bolivia, "Edgar, rifiutato perché autistico. Oggi è il nostro campione"

Violenze, discriminazione: bambini e adolescenti in Bolivia non hanno punti di riferimento. Ecco perché attraverso il gioco le loro vite possono cambiare.

 

IL GIOCO PER VINCERE CONTRO L’ESCLUSIONE          Edgar non si era mai sentito così solo. Tutti rifiutavano di accoglierlo. Spaventati dal suo autismo, in tanti continuavano a dire di no a sua madre e a chiudere le porte. Lei però non si è arresa. “Speravo di trovare per lui delle attività che fungessero da terapie di sostegno - spiega Rossmary -. Ma veniva continuamente respinto. Lo guardavano, stavano ad ascoltarlo un po’ e poi mi dicevano: non riuscirebbe ad adattarsi. "Litiga con gli altri bambini. Non obbedisce, non capisce. Non può rimanere” racconta. Un giorno, però, mano nella mano, lei ed Edgar si sono fermati di fronte al campo di calcio di uno dei quartieri più poveri di El Alto, in Bolivia. Qui, gli allenatori che animano il progetto “Homo Ludens”, realizzato da APEA - Acción por una Educación Activa in collaborazione con la Organizzazione di Volontariato Girotondo di Trento e GVC e con il finanziamento della Regione autonoma del Trentino Alto Adige, aiutano i bambini ad acquisire fiducia nelle loro capacità e a esprimersi attraverso il gioco e il movimento. “Passavamo di lì per caso. Non pensavo lo accettassero perché il mio bimbo ha problemi comportamentali, di attenzione e di linguaggio” racconta Rossmary. E invece, quattro anni dopo, Edgar è ancora parte a tutti gli effetti della squadra. “Ormai si è inserito. Lo lascio tranquillamente da solo al campo” spiega. Sicuro nei movimenti e fiducioso nei confronti dei suoi compagni di squadra, ha imparato a gestire i suoi sentimenti e a vivere in gruppo. 

Anabel (8 anni), il suo affetto ce lo esprime a gesti / Photo credits Maya Koshi 

IN BOLIVIA PER FAR CRESCERE I BAMBINI         “Parlare di autostima è come parlare del vento. Finché non la conosci e pratichi rimane un concetto difficile da comprendere. Il gioco, invece, lo traduce in carne e ossa” racconta Francesco Foglino, uno degli educatori. Nel paese, si stima che il 38,6% della popolazione viva al di sotto della soglia della povertà. Ritardo della crescita, mortalità infantile e analfabetismo, così come anche violenza e appartenenza a famiglie fortemente problematiche, sono solo alcuni dei problemi che riguardano più da vicino bambini e adolescenti. A vivere in strada, secondo dati Unicef, sono in 366mila. Molti ragazzini finiscono per fare abuso di sostanze stupefacenti e alcol. L’abbandono scolastico si aggira intorno al 43%. Il 23% subisce discriminazione e il 17% ha un basso rendimento. Il problema più evidente rimane nel 40% dei casi la stigmatizzazione dei minori che spesso finiscono per vivere in piccoli gruppi e per essere emarginati (27%), anche perché per il 25% di loro la strada è più sicura della loro stessa casa. Forse anche per questo, secondo la stessa indagine, la mancanza di affetto (40%) è tra le più grandi che denunciano mentre tra i più sentiti c’è il bisogno di creare relazioni con gli altri coetanei.

Lavoro di squadra / Photo credist Juan Gabriel Estellano

LA SCUOLA IN BOLIVIA         “La scuola in Bolivia ma anche in tutte le Ande ha bandito il gioco dal suo programma. Il rapporto educativo è caratterizzato da una forte verticalità. E’ gerontocratico, autoritario. Ci sono classi di 40, 50 bambini. E poi qui la figura del professore è socialmente e economicamente poco riconosciuta- spiega Francesco-. Non c’è spazio per le novità nelle aule. La pedagogia è nozionistica”. Ad Alto Lima e in tanti altri quartieri della cittá di El Alto, c’è un gran bisogno di animare spazi dedicati al movimento e al gioco. “Il governo ha fatto uno sforzo per permettere livelli di inclusione etnica nel contesto urbano, soprattutto laddove il conflitto è più evidente. Gli spazi sono cresciuti ma non c’è chi sia in grado di utilizzarli al meglio e animarli” ricorda Francesco. In questi anni di lavoro, però, grazie ai progetti che consentono di far giocare i bambini, sono arrivate grandi soddisfazioni. “Alcuni dei bambini che nel 2007 hanno iniziato a seguire un percorso con noi oggi sono diventati educatori e aiutano altri bambini a scoprire che il gioco è uno strumento sicuro e affidabile per acquisire consapevolezza e autostima” dice. E infatti “ero un bimbo timido – racconta Mauricio, diventato oggi un educatore – "Ho iniziato a parlare con altri ragazzi e mi sono aperto sempre di più e ora insegno agli altri bambini quello che io ho imparato”. “Attraverso il gioco, si possono dare lezioni di vita e si può aiutare il bambino a rafforzare il suo spirito” ricorda Edwin, un altro educatore, mentre un ragazzino con le guance rosse esulta e dice “ho segnato un goallazzo!”.

Ruba bandiera. La mano finale / Photo credits Maya Koshi 

IL GIOCO E’ INDISPENSABILE         Per garantire ai bambini boliviani la possibilità di vivere esperienze di gioco e moltiplicare le opportunitá di crescita, basta uno sforzo finanziario molto limitato. Eppure, “forse ancora non si è capito quanto sia importante questo tipo di intervento. In termini di costo, stiamo parlando di uno sforzo minimo. "Basterebbero pochi euro al mese" spiega Francesco. Anche lui è un padre e sa che, così come per suo figlio, anche per tutti i bambini boliviani è indispensabile poter crescere e costruire la loro personalità e autostima attraverso il gioco.

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Pubblicato il 13.09.2018