INDICE GLOBALE DELLA FAME. RAPPORTO 2011
Il GHI 2011 mostra che sebbene il mondo abbia fatto alcuni progressi nella riduzione della fame il numero delle persone vulnerabili rimane elevato. Infatti anche in paesi in cui il valore del GHI è moderato vi possono essere zone in cui milioni di persone rientrano nelle categoria di rischio fame grave o allarmante. In fondo alla classifica, con un indice estremamente allarmante, si trovano Burundi, Ciad, RD del Congo, Eritrea, mentre ben 22 paesi presentano ancora un valore del GHI allarmante, tra essi: Angola, Etiopia, Haiti, India, Laos, Mozambico, Sudan, Pakistan. Oltre a tracciare “una classifica della fame” nei vari paesi (e fornire così una chiara indicazione su quali aree del mondo stanno superando gli ostacoli della insicurezza alimentare), il rapporto ogni anno approfondisce un tema specifico.
Dopo aver trattato, nelle edizioni precedenti,1 il tema degli scarsiinvestimenti in agricoltura a cavallo tra il XX e il XXI secolo, il problema dell’accesso delle donne all’istruzione, alla salute ed alle politiche alimentari e, nel rapporto dello scorso anno, la nutrizione infantile nei primi mille giorni di vita, quest’anno viene analizzato il tema attualissimo della volatilità dei prezzi alimentari. Dal 2007 i prezzi sul mercato mondiale di riso, mais, frumento etc. sono andati crescendo, per poi declinare repentinamente e ritornare a crescere nel 2010-11, stabilizzandosi solo nella seconda metà dell’anno.
Dopo il picco del febbraio scorso, i prezzi si mantengono comunque su livelli elevati. Dietro questa dinamica si celano processi differenti e complessi che il rapporto analizza: speculazione e corsa all’accaparramento, crescita di nuovi mercati, cambiamenti climatici, culture dedicate alla produzione di biocarburanti, inadatte politiche agricole e commerciali. Il rapporto punta l’indice però non tanto sui livelli elevati dei prezzi dei beni alimentari, ma soprattutto sulla loro volatilità. Infatti decenni di progressi nella lotta alla fame rischiano di essere vanificati se i prezzi continueranno ad essere estremamente instabili. Da una parte gli agricoltori non potranno sostenere gli investimenti di cui necessita un’agricoltura moderna, dall’altra, soprattutto nelle città e nelle campagne in cui vige ancora un’agricoltura di sussistenza, diverrà difficile contenere le proteste innescate da improvvise impennate dei prezzi dei beni alimentari di maggior consumo.


